MONS. TORRIANI AL PRECETTO PASQUALE DELLE FORZE DELL’ORDINE A SANTA SEVERINA: "LA DIVISA NON SEPARA SEMPLICEMENTE, MA CHIEDE DI UNIRE: GIUSTIZIA E UMANITÀ, FERMEZZA E RISPETTO, AUTORITÀ E SERVIZIO."


MONS. TORRIANI AL PRECETTO PASQUALE DELLE FORZE DELL’ORDINE A SANTA SEVERINA: "LA DIVISA NON SEPARA SEMPLICEMENTE, MA CHIEDE DI UNIRE: GIUSTIZIA E UMANITÀ, FERMEZZA E RISPETTO, AUTORITÀ E SERVIZIO."



L’Arcivescovo di Crotone, Mons. Alberto Torriani, ha officiato la celebrazione eucaristica del Precetto pasquale interforze, nella Concattedrale di Santa Severina, alla presenza del Prefetto di Crotone, delle varie autorità militari e civili, tra i quali i sindaci di Crotone, Vincenzo Voce, e di Santa Severina, Salvatore Giordano, dei Cappellani e dei rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’armi. Commentando il brano del Vangelo, il presule, si è soffermato sulla profonda solitudine vissuta da Gesù che si sente turbato perché uno dei suoi, seduto a tavola con lui, lo tradirà.

 

In quel momento, Gesù si sente incompreso e prova un dolore profondo per la fine di una relazione spezzata e di una fiducia tradita da parte di Giuda. Anche Pietro, che pure ama Gesù, non comprende. Promette fedeltà, ma non conosce ancora la sua fragilità. E poi ci sono gli altri discepoli presenti, ma smarriti, incapaci di capire fino in fondo ciò che sta accadendo. Ecco il turbamento di Gesù: tradito da uno, frainteso da un altro, non compreso dagli altri. Questa solitudine non è lontana dalla nostra vita.

 

In questa celebrazione che raccoglie le diverse forze dell’ordine, non possiamo dimenticare che ciascuno di voi non è solo un ruolo, una divisa, una funzione. Ciascuno di voi rappresenta una storia fatta di affetti e di legami, di persone care che attendono a casa. Una storia attraversata anche da preoccupazioni e domande, da timori e paure che a volte non si possono dire. Una storia abitata da slanci e da progetti, dal desiderio di fare bene il proprio lavoro, di servire, di proteggere, di contribuire al bene comune. È come un grande concerto dove non c’è una sola voce, ma ci sono tante vite, tante storie, tanti “strumenti” diversi.

 

Ognuno con il suo timbro, con la sua fatica, con la sua bellezza e quando tutto questo riesce a stare insieme, quando non si perde il senso dell’insieme, nasce un’armonia. Ma sappiamo bene che non sempre è facile. Ci sono momenti in cui il suono si incrina. Momenti di tensione, di incomprensione, di solitudine. Momenti in cui si rischia di sentirsi isolati, non capiti, magari anche giudicati. Ed è qui, meditando a quanto citato dal Vangelo, che Gesù conosce questa esperienza. Anche lui, in quella notte, è dentro un “concerto” che si disgrega: una voce che tradisce, una che promette troppo e non regge, altre che non comprendono. Proprio nel momento della rottura, Gesù non smette di custodire l’armonia profonda della sua vita e sceglie di restare nell’amore.

 

L’espressione del profeta Isaia «Ti renderò luce delle nazioni», appena ascoltata, assume un particolare significato per Mons. Alberto Torriani che ribadisce:” Essere luce, per voi, tutori dell’ordine e della sicurezza pubblica, non significa non conoscere la fatica o la complessità. Significa stare dentro questo “concerto” umano senza perdere il riferimento, senza smarrire ciò che dà unità e senso. Qui può aiutarci una piccola suggestione sulla parola che vi accompagna ogni giorno: “divisa” che deriva da “dividere” e potrebbe sembrare una parola che separa ovvero distingue, marca una differenza, crea una distanza. In un certo senso è così: la divisa vi rende riconoscibili, vi colloca in un ruolo preciso, vi affida una responsabilità. Ma proprio qui sta il punto decisivo. Se la divisa ha lo scopo di dividere, rischia di creare distanza se, invece, la divisa rende riconoscibile un servizio, allora diventa un ponte. Essere “luce delle nazioni” significa anche questo: essere riconoscibili non solo per ciò che si indossa, ma per ciò che si incarna.

 

Non solo per l’appartenenza, ma per i valori personali e civili che quella divisa rappresenta e che non copre l’umanità, ma la custodisce. Non nasconde il volto, ma lo espone a una responsabilità più grande. Vestiti siete tutti uguali ma i vostri volti sono più unici! La divisa non separa semplicemente, ma chiede di unire: giustizia e umanità, fermezza e rispetto, autorità e servizio. Essere luce è proprio questo: lasciare trasparire, dentro ciò che fate ogni giorno, qualcosa che va oltre il ruolo, una qualità umana, uno stile, una misura che costruisce fiducia. E questo è tanto più vero nei momenti difficili, quando la tensione cresce, quando la solitudine si fa sentire quando il cuore è turbato.

 

Gesù, in quella notte, resta fedele. Anche quando è solo, continua ad amare. Dentro questo grande concerto che è la vostra vita e il vostro servizio, chiediamo una grazia semplice e decisiva: che la vostra divisa non sia mai solo un segno esteriore, ma una forma di luce. Una luce che rende riconoscibile il bene. Una luce che non divide, ma orienta. Una luce che, anche nella notte, aiuta a non perdere la strada. Perché è proprio lì, dentro le notti della vita, che la Pasqua accende una luce capace di arrivare lontano.