da Redazione - 08/02/2026 22:02
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: il “davanti” che orienta la responsabilità del comunicare
In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, celebrata presso la Chiesa dell’Immacolata a Crotone con l’Unione Cattolica Stampa Italiana di Calabria (Sez. “Natuzza Evolo”), la liturgia, illuminata dalle letture di Isaia 58,7-10 e Matteo 5,13-16, ha offerto una profonda riflessione sul senso e sulla responsabilità della comunicazione, soprattutto in un tempo segnato da profonde trasformazioni tecnologiche e culturali.
S.E. Mons. Alberto Torriani ha consegnato una meditazione di particolare intensità spirituale ed etica sul ruolo di chi opera nel mondo dell’informazione. Al centro dell’omelia, un avverbio semplice, ma carico di significato, capace di diventare una vera e propria lente interpretativa della vocazione del comunicatore cristiano: davanti.
Un avverbio che attraversa la Parola di Dio e illumina la missione del comunicatore. L’immagine consegnata dal profeta Isaia – «Davanti a te camminerà la tua giustizia» (Is 58,8) – è dinamica e potente: la giustizia precede, cammina davanti, apre una strada e ne indica la direzione.
Mons. Alberto ha invitato a interrogarsi su quale sia, per chi comunica, il “davanti” decisivo. Può essere la ricerca dell’audience, la velocità, la pressione del contesto, l’interesse di parte. Oppure possono essere la giustizia, il rispetto dei fatti, la dignità delle persone, l’attenzione ai più fragili, la verità non manipolata. Quando la giustizia cammina davanti, essa diventa un riferimento visibile e concreto, non un principio astratto, ma un criterio che precede ogni scelta e orienta ogni parola: non usare le persone per fare notizia, ma usare la notizia per servire le persone.
Richiamando il Vangelo di Matteo, il Vescovo ha sottolineato la tensione evangelica tra visibilità e umiltà: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5,16), ma anche «Guardatevi dal fare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere ammirati» (Mt 6,1). Non si tratta di una contraddizione, bensì di una distinzione decisiva. Il bene può essere visto, ma non deve essere compiuto per ottenere ammirazione. La comunicazione cristiana non è autoaffermazione, ma servizio: una luce che permette di vedere meglio la realtà.
Nel mondo della comunicazione esiste una tensione costante: la parola pubblica può diventare uno specchio che riflette chi parla oppure una finestra che apre alla realtà. Una comunicazione ispirata dal Vangelo non trattiene lo sguardo su di sé, ma aiuta a vedere oltre. Raccontare il bene, denunciare il male, dare voce al dolore può trasformarsi in esibizione o in servizio: la differenza sta in ciò che “sta davanti” al cuore di chi comunica.
Riprendendo il Messaggio di Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, il presule ha richiamato la responsabilità personale nell’uso delle tecnologie e l’importanza del volto e della voce umana nel processo comunicativo. Delegare alle macchine ciò che richiede responsabilità personale rischia di oscurare ciò che deve restare davanti: il volto di una coscienza, la voce di una responsabilità. La tecnologia è uno strumento prezioso, ma non può sostituirsi a una presenza riconoscibile.
Ulteriore criterio offerto da Mons. Alberto è lo stile del comunicare, evocato dalle immagini evangeliche del sale e della luce: il sale dà sapore senza apparire, la luce illumina senza attirare l’attenzione su di sé. Così anche la parola autentica non richiama l’attenzione su chi la pronuncia, ma aiuta a comprendere meglio la realtà. La comunicazione, ha sottolineato, non è solo tecnica o mestiere, ma può diventare vocazione.
Quando la giustizia cammina davanti, il lavoro del comunicatore si trasforma in una forma di carità sociale: dare voce a chi non viene ascoltato, non deformare la verità, non alimentare paure e ostilità,
scegliere parole che aiutano a comprendere. La comunicazione diventa allora partecipazione alla dinamica della Parola che, in Cristo, ha assunto un volto e una voce.
L’omelia si è conclusa ricordando il “davanti” che fonda tutti gli altri: noi stessi stiamo davanti a Dio. Ogni comunicatore vive e opera davanti al Signore, fondamento ultimo di ogni responsabilità. Ogni storia è sacra, dietro ogni notizia c’è una vita; la sofferenza non è materiale da sfruttare, ma mistero da rispettare. Una comunicazione vissuta nella verità, nella giustizia e nella responsabilità della coscienza diventa comunicazione autenticamente umana, luminosa e responsabile, servizio alla dignità dell’uomo e gloria resa al Padre.