da Redazione - 06/04/2026 11:04
Nella comunità parrocchiale di
Santa Maria delle Grazie in Caccuri, la celebrazione della Pasqua di
Risurrezione, presieduta da Mons. Alberto Torriani, ha offerto un’intensa
occasione di riflessione sul cuore del messaggio evangelico, a partire dal
racconto di Giovanni 20,1-9.
La Pasqua ci raggiunge sempre in un
momento particolare: non nella piena luce, ma in quel chiarore incerto in cui
la notte è ormai finita e il giorno non è ancora compiuto. È il tempo delle
soglie, il tempo in cui qualcosa è già accaduto, ma non tutto è ancora chiaro.
È proprio qui che il Vangelo colloca i primi passi della Risurrezione.
L’omelia ha preso avvio da
un’immagine: «c’è un mattino, nel Vangelo di Pasqua, che assomiglia molto ai
mattini di montagna». Un tempo in cui «non è ancora pieno giorno»,
in cui «la luce c’è, ma è come se dovesse ancora trovare le parole per dirsi».
L’immagine che guida la riflessione è quella di un mattino sospeso e fragile. È
questo il clima in cui si muove Maria di Magdala, che «non ha capito tutto,
non ha risposte», eppure «cammina».
Il mattino di Pasqua non si apre
con una spiegazione, ma con un gesto, un movimento: Maria che cammina, seguita
dalla corsa di Pietro e Giovanni, il discepolo amato. Un dettaglio evangelico,
apparentemente secondario, diventa decisivo: Giovanni giunge per primo al
sepolcro, «si ferma, guarda… e non entra». Rimane «sulla soglia».
Un’immagine che diventa chiave interpretativa dell’intera esperienza pasquale,
rivelandone il significato più profondo: «la Pasqua non si impone, non si
afferra subito; si incontra attraversando una soglia».
Quel sepolcro aperto indica un
passaggio: «non è più notte», ma «non è ancora giorno pieno». È «il
tempo delle soglie», uno spazio fragile ma fecondo, in cui ciò che è
accaduto attende di compiersi pienamente; uno spazio intermedio, dove la luce è
già presente, ma deve ancora manifestarsi in tutta la sua pienezza.
Questa immagine, dice il vescovo, interpella
profondamente anche la vita delle comunità. Realtà ricche di storia, relazioni
e fede si trovano oggi a vivere passaggi delicati, segnati da cambiamenti,
partenze e incertezze sul futuro. Situazioni in cui non è più come prima, ma
non è ancora chiaro ciò che sarà. Passaggi che chiedono di essere abitati con
consapevolezza. La “soglia” della vita ci pone davanti a una scelta: «restare
fermi… o entrare subito e pretendere di capire tutto».
Il Vangelo, però, non invita né
alla fuga né alla pretesa di comprendere immediatamente ogni cosa. Suggerisce
piuttosto una via diversa: «sostare». Come Giovanni, che «non scappa,
ma non forza neppure», che guarda senza pretendere di capire tutto subito.
È proprio in questo spazio fragile che nasce la fede pasquale: non come
possesso di risposte, ma come «fiducia che accetta di restare e di lasciarsi
attirare oltre».
Solo dopo questo tempo di attesa avviene
l’ingresso: Pietro entra, e poi anche Giovanni. Ma ciò che prepara il passaggio
è proprio la soglia abitata. La Pasqua, allora, non chiede di cancellare le
fatiche o di risolvere ogni incertezza, ma di non sottrarsi a questo tempo di
passaggio. Di non chiudere il cuore davanti al cambiamento, di non spegnere il
desiderio quando il futuro appare indistinto. È proprio lì, infatti, che Dio
opera: «non quando tutto è compiuto, ma quando qualcosa sta nascendo».
Il sepolcro aperto «non è più il
luogo della fine», ma uno spazio che «invita ad avanzare». E la
Pasqua accade «quando accettiamo di stare in questo passaggio», quando «non
smettiamo di cercare anche senza avere tutto in mano». In questo orizzonte,
la corsa dei discepoli diventa immagine della vita di ogni credente: non
un’agitazione, ma un movimento generato dal desiderio di incontrare.
Il Signore non chiede di rimanere
nelle insicurezze o nelle illusioni, ma, in questo mattino di Pasqua, conclude
il presule — ancora avvolto da una luce discreta e già colmo di vita — risuona
un invito semplice, essenziale e profondo: arrivare fino alla soglia e, lì, «con
pazienza, umiltà e fiducia … lasciarsi portare oltre».