da Redazione - 04/04/2026 18:04
DAL BACIO CHE TRADISCE AL
BACIO CHE RICONOSCE: LA CROCE, SCUOLA DI AMORE VERO.
Nella Parrocchia San Nicodemo, in Cirò Marina,
la celebrazione del Venerdì Santo del 3 aprile 2026, presieduta da S. E. Mons.
Alberto Torriani, ha consegnato alla comunità un’esperienza di silenzio
abitato, di contemplazione essenziale, di verità che non si impone ma si lascia
riconoscere. In questo clima, la riflessione proposta ha saputo scavare nel cuore
del gesto liturgico del bacio alla croce, restituendolo alla sua radicale
profondità spirituale ed esistenziale.
«Nel silenzio del Venerdì Santo, la Chiesa
non parla molto: contempla». È da questa consapevolezza che prende avvio un
itinerario interiore che non si accontenta della devozione, ma chiede verità.
Il gesto del bacio — «semplice, quasi disarmante» — diventa così una
soglia: non un’abitudine da ripetere, ma una domanda da abitare. Che cosa
stiamo baciando? Non un oggetto sacro, ma un legno che porta ancora il peso
della storia: la croce, infatti, prima di essere segno di devozione, è stata un
patibolo, luogo di morte e umiliazione. Eppure, proprio con il bacio del
popolo, quel legno si trasforma: da strumento di morte a segno di vita, da
scandalo a rivelazione dell’amore. Ed è proprio lì che la Chiesa si avvicina e
posa le labbra.
Proprio lì si compie la trasformazione: ciò
che era segno di morte diventa «ramoscello di vita».
Non per una magia religiosa, né per un’esaltazione del dolore — «il dolore
non è bello, non lo è in nessuna forma» — ma perché su quel legno si rivela
un amore che non si sottrae. Il bacio del credente non cambia la croce: rivela
ciò che essa è diventata in Cristo.
La meditazione del vescovo si fa allora più
incisiva, ponendo al centro una tensione decisiva: quella tra due baci. Il
primo, nei Vangeli, è raccontato nella Passione: è quello di Giuda, gesto di
intimità tradita, segno che copre la violenza. Il secondo è quello che ogni
fedele è chiamato a compiere: non un bacio che usa, ma un bacio che riconosce.
Tra questi due poli si distende tutta la distanza tra il modo umano di amare —
fragile, spesso contraddittorio — e quello di Dio, fedele fino alla fine. Il
testo lo esprime con forza: «la passione di Gesù si apre con un bacio falso
e si chiude con un bacio vero». Tra il bacio di Giuda e il bacio dei
credenti si apre la distanza tra l’amore che tradisce e l’amore che riconosce.
In questa tensione tra falsità e autenticità
si inserisce la figura di Cristo, presentata attraverso le parole di Ponzio
Pilato, che, senza comprenderlo, pronuncia le parole che diventano la chiave di
lettura per ogni cristiano: «Ecco l’uomo».
In quell’uomo ferito, umiliato ed esposto, si manifesta un Dio che non domina,
ma si consegna; che non vince con la forza, ma ama lasciandosi ferire.
Riprendendo le parole di papa Leone XIV, mons. Alberto ripete che la croce
diventa così il luogo in cui non solo viene purificata l’immagine di Dio, ma
anche quella dell’uomo, chiamato a riscoprire la propria vocazione all’amore
autentico. Cristo, vero Dio e vero uomo, inaugura uno stile: quello della
dedizione, del servizio, dell’amore che si consegna. Un amore che va appreso,
custodito, educato. «Imparare ad amare come Gesù» non è
un’opzione tra le altre, ma il compito di una vita intera.
In questa luce, il gesto del bacio alla croce
si carica di una verità esigente: non è un rito, ma una scelta. Ogni fedele si
avvicina portando con sé «i propri tradimenti, le proprie ambiguità, le
proprie paure di amare fino in fondo». E quel bacio diventa una confessione
silenziosa e una decisione: voglio imparare ad amare così. Il testo sottolinea
con forza che il bacio alla croce è una scelta consapevole: quella di imparare
ad amare secondo lo stile di Cristo.
Il cammino verso la croce, nel Venerdì Santo,
non interpella solo i singoli — dice il presule — ma si allarga alla dimensione
comunitaria. Anche una comunità cristiana può vivere il «bacio di Giuda»,
con forme corrette esteriormente ma con il cuore distante, quando si custodiscono
le apparenze e si smarrisce la verità delle relazioni, quando si preferisce il
quieto vivere a uno stile evangelico fatto di servizio, accoglienza e
condivisione delle fragilità. Esiste — continua il vescovo — per la comunità la
possibilità di un altro bacio: quello del Vangelo. Un bacio che si traduce in
scelte concrete: riconoscere Cristo nei volti, lasciarsi ferire dalle fragilità
altrui abbandonando il giudizio, scegliere il servizio invece dell’imposizione.
«Una comunità diventa davvero cristiana non quando tutto funziona, ma quando
impara ad amare così».
Il gesto liturgico si rivela allora per ciò
che è: un atto ecclesiale. Non il gesto isolato di singoli fedeli, ma
una comunità intera che si avvicina alla croce e pronuncia, con il proprio corpo,
una decisione condivisa: «vogliamo imparare questo stile».
Scegliere di passare «dal bacio che tradisce al bacio che riconosce»,
dalle relazioni superficiali ai legami veri, dalla paura di perdere alla
libertà del dono.
La celebrazione si conclude con la richiesta
di una preghiera semplice e intensa — «Signore, insegnaci ad amare.
Insegnaci a non usare i gesti ma a viverli» — che riassume il senso
dell’intero percorso spirituale.
Così, nel cuore del Venerdì Santo, quel legno
non resta soltanto una croce. Diventa, per la comunità e per ciascun credente, il
segno concreto di una possibilità nuova: quella di un amore che non tradisce,
ma riconosce. Rivela il volto stesso di Dio, che ha scelto di stare
nell’amore che si dona, ed è lì che la Chiesa ritrova la sua identità.
In questo orizzonte, la comunità cristiana e
ogni singolo credente si lasciano trasformare dal bacio, e la croce non è più
solo un simbolo, ma diventa il segno concreto di una vita nuova.