da Redazione - 09/10/2026 21:10
«NON UTOPIA,
MA VISIONE: IL VANGELO CHE PRENDE FORMA NELLA CITTÀ»
Nella solennità di San
Dionigi l’Aeròpagita, patrono della città di Crotone, celebrata il 9 ottobre
2026 nella Chiesa dell’Immacolata a Crotone, l’omelia del Vescovo Alberto ha
offerto alla comunità una lettura profonda del Salmo 145, a partire
dall’affermazione che ne costituisce la chiave interpretativa: «Il Signore è
fedele per sempre».
Il Vescovo ha
evidenziato come questa preghiera non nasca da uno sguardo ingenuo, ma dalla
consapevolezza delle ferite dell’umanità, che il salmista non nasconde e anzi
porta davanti a Dio: oppressione, fame, prigionia, cecità, cadute, solitudini.
Da qui la distinzione decisiva tra utopia e visione: l’utopia immagina un mondo
che non esiste, mentre la visione permette di guardare la realtà più in
profondità, riconoscendo dentro il mondo così com’è il mondo che Dio desidera e
che siamo chiamati a costruire.
La città di Crotone è
stata così riletta alla luce delle parole del Salmo: «Rende giustizia agli oppressi»,
un’espressione che interpella le forme di oppressione non sempre legate alla
violenza, ma spesso alla precarietà prolungata, alla dipendenza economica, alla
mancanza di prospettive che costringe molti, soprattutto giovani, a partire. «Dà
il pane agli affamati» è stato collegato non solo alla fame
materiale, che ancora segna la vita di diverse famiglie, ma anche alla fame di
dignità, di relazioni autentiche, di cultura, di bellezza, di fiducia; una fame
che domanda non solo di essere riconosciuta, ma di trovare qualcuno disposto a
condividere il pane.
Le parole «Il
Signore libera i prigionieri. Il Signore ridona la vista ai ciechi» hanno aperto
una riflessione sulle prigionie visibili e invisibili: dipendenze,
sfruttamento, usura, ma anche paura, risentimento, sfiducia, abitudine
all’ingiustizia. Una cecità che nasce non dall’incapacità di vedere, ma
dall’aver smesso di accorgersi, dall’essersi abituati a ciò che dovrebbe ferire
la coscienza.
Particolarmente
centrale è stata l’espressione «Il Signore rialza chi è caduto», interpretata
come rivelazione di un Dio che non si limita a indicare la strada, ma si china,
si avvicina, rialza, restituendo alle persone la possibilità di stare in piedi
e di riconoscersi capaci di futuro. Da qui la differenza tra una solidarietà
che distribuisce qualcosa e una carità che custodisce la dignità.
Il Vescovo ha
ricordato che una città non si misura solo da ciò che produce, ma da quante
persone non lascia a terra. La visione del Salmo - ha ribadito - non è un
sogno irrealizzabile: è la responsabilità di assumere lo sguardo di Dio sulle
ferite dell’umanità. Per questo i cristiani non possono pregare un Dio che
rialza chi è caduto e poi costruire comunità che dimenticano chi cade; non
possono celebrare un Dio che dà il pane agli affamati e restare indifferenti
davanti a chi non ha il necessario.
La Chiesa non possiede
soluzioni tecniche, ma annuncia “una visione dell’uomo nella quale nessuno
può essere considerato uno scarto”, una visione da condividere con tutti
coloro che hanno a cuore il futuro della città. È stato ricordato che la città
non è un ammasso di interessi, ma un patto di reciprocità, che vive quando
istituzioni, lavoro, scuola, famiglie e legalità collaborano per il bene
comune. In questo si inserisce la figura di San Dionigi, l’uomo dell’Areòpago
che seppe pensare, discutere, confrontarsi e, soprattutto, lasciarsi
raggiungere da una parola nuova.
La fede, ha
sottolineato il Vescovo, non sottrae alla fatica di pensare, ma chiede di
pensare più profondamente; non allontana
dalla storia, ma domanda di abitarla con uno sguardo diverso. Una fede
che non si rifugia nelle sacrestie e non si riduce a filantropia, perché
al centro rimane Cristo, colui che dà compimento alle parole del Salmo: si
avvicina ai ciechi, tocca i lebbrosi, siede con i peccatori, incontra gli
esclusi, restituisce dignità a chi l’ha perduta, e nella Pasqua rivela fino a
dove arriva la fedeltà di Dio, fino a entrare nella morte per aprire una strada
di vita.
La festa patronale
consegna così una domanda: la città che stiamo costruendo assomiglia almeno
un poco alla visione che abbiamo cantato? Non una città perfetta, ma una
città nella quale l’oppresso trovi giustizia, l’affamato non incontri
indifferenza, il prigioniero delle fragilità trovi liberazione, chi è caduto
non venga definito per sempre dalla propria caduta. Il Salmo non chiede di
immaginare una città senza ferite, ma di non rassegnarsi a ferite invisibili.
Per questo è una visione e non un’utopia: può cominciare già oggi, in una scelta
amministrativa, in un’opportunità di lavoro, in una scuola che non rinuncia a
nessuno, in una parrocchia che apre le porte, in una persona che ricomincia.
Il testo si chiude con
la professione di fede: «Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per
ogni generazione», annuncio di una signoria che si manifesta nel prendersi
cura, nel liberare, nel rialzare. L’esempio di Dionigi aiuti a non diventare
prigionieri delle abitudini e a non separare mai la fede dalle responsabilità.
La Madonna di Capocolonna custodisca il cammino della città e della Chiesa,
perché ciò che abbiamo cantato di Dio possa diventare riconoscibile anche
attraverso le mani, la voce e i passi della nostra generazione.