“NON CANDELABRI CHE BRILLLANO MA LUCE CHE INDICA LA STRADA”: l’omelia dell’Arcivescovo Torriani in ricordo di Denise Cosco


Nella Chiesa dell’Immacolata a Crotone – giorno 21 settembre – gremita e raccolta, la comunità di Crotone ha celebrato la Santa Messa in suffragio di Denise Cosco, presieduta da S.E. Mons. Alberto.


«La Parola del Vangelo può diventare lettera morta se non raggiunge la vita», con queste parole, semplici e dirette, il presule ha aperto l’omelia invitando la comunità a non limitarsi a comprendere il Vangelo, ma a lasciarlo entrare nelle domande che abitano la storia. Una celebrazione segnata da silenzio e ascolto, nella quale il Vescovo ha consegnato alla Chiesa e al territorio un messaggio forte, radicato nel Vangelo e nella storia di Denise: un invito a scegliere la luce, la verità e la responsabilità.


L’omelia ha preso avvio dall’immagine evangelica della lampada (Lc 8,16-18), che Gesù chiede di non nascondere sotto il letto ma di porre sul candelabro, perché illumini chi entra. «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso… la pone invece su un candelabro», ha ricordato il Vescovo, invitando i presenti a lasciarsi interrogare da questa domanda: che cosa facciamo della luce che ci è affidata? Ha ricordato che sotto il letto si nascondono spesso verità scomode, responsabilità rimandate, mali che si preferisce non vedere.
 
In questo orizzonte, Mons. Alberto ha collocato la memoria di Denise, riconoscendo il suo coraggio nello scegliere la verità: «Avrebbe potuto mettere la lampada sotto il letto. Ha scelto il candelabro». La sua testimonianza vissuta nella ferita più intima, quella della propria famiglia, diventa oggi un richiamo per tutti: non nascondere ciò che è scomodo, ma illuminare ciò che costruisce il bene. E ha aggiunto che il Vangelo non ci viene consegnato per ammirare le scelte degli altri, ma per interrogare le nostre: «Il Vangelo non serve a dare ragione alle nostre decisioni, ma a metterle alla prova».


Mons. Alberto ha sottolineato che la domanda del Vangelo non riguarda solo la coscienza personale, ma anche la vita ecclesiale: «Una comunità cristiana non è un insieme di luci isolate, ma uomini e donne che decidono insieme dove collocare la lampada». Ha ricordato che il rischio di “annacquare il Vangelo” è sempre presente: adattarlo alle nostre abitudini, usarlo come pretesto religioso, renderlo innocuo. Per questo chiede che la celebrazione non si esaurisca nella liturgia, ma diventi cammino: consapevolezza, scelte, relazioni costruite secondo il Vangelo.
Ha riconosciuto il lavoro di tanti presbiteri che accompagnano persone e comunità, educano coscienze e si espongono nelle situazioni più difficili: «Non hanno necessariamente più risposte degli altri: semplicemente scelgono di non tenere nascosta la luce».
 
Uno dei passaggi più significativi dell’omelia ha riguardato il rapporto tra legalità e responsabilità. «Questa scelta tra il letto e il candelabro è anche un compito sociale. Direi quasi un’opera di educazione sociale», e riconoscendo l’importanza della legalità avverte del rischio di ridurla a una semplice appartenenza di campo: «Da questa parte c’è la legge, dall’altra l’illegalità… ma il Vangelo chiede qualcosa di più».


Il presule ha ricordato che la responsabilità nasce dal verbo respondere: rispondere a ciò che interpella la coscienza. «La responsabilità ci fa uscire dalla posizione dello spettatore. Non basta applaudire chi mette la lampada sul candelabro. Non basta commemorare chi ha avuto coraggio. Non basta neppure dichiarare solennemente da quale parte stiamo. Bisogna rispondere». Invita istituzioni, scuola, famiglie, associazioni e comunità cristiane a “intraprendere insieme”, per costruire insieme una cultura della responsabilità. E da qui ancora una volta il rimando all’educazione dei ragazzi e delle ragazze: insegnare loro non solo a scegliere dove stare ma ad agire affinché il luogo scelto sia diverso con la loro presenza.
 
Il Vescovo ha rivolto alla comunità ecclesiale un invito esigente: non accontentarsi di una fede che brilla senza illuminare. «Non ogni cosa che brilla fa luce», ha detto, ricordando che il candelabro del Vangelo non è un ornamento, ma un servizio: esiste per sostenere una luce che permetta a qualcuno di vedere la strada.
Con grande delicatezza, Mons. Alberto ha sottolineato Denise e tutte le persone che non hanno più visto la vita sul candelabro o la stessa amabilità della vita. Ha ricordato che non è il tempo delle analisi, ma della pietà cristiana: un invito a non lasciare nessuno solo nel peso della propria vita, a riconoscere i segnali di fatica, ad ascoltare, ad esserci. «A volte non servono grandi discorsi. Serve accorgersi, serve ascoltare, serve esserci», ha detto, indicando nella cura reciproca una vera profezia per la nostra terra.


La celebrazione si è conclusa con un appello che risuona come un mandato: «Non il vaso, non il letto, ma il candelabro; non per brillare noi, ma perché qualcuno, anche attraverso di noi, possa ritrovare una strada».