da Redazione - 12/05/2026 22:05
Nel teatro
Apollo gremito di studenti delle scuole superiori, provenienti da Crotone e
dalla provincia, si è svolto un incontro intenso e diretto: tre giovani della
comunità Kairos di Milano, insieme al fondatore, don Claudio Burgio, cappellano
del carcere minorile “Beccaria”.
I
tre ragazzi — Brian, Savino e Bilal — hanno raccontato senza filtri il loro
passato: infanzie segnate da abbandono, violenza domestica, povertà educativa,
fughe da comunità, reati commessi per rabbia o per sopravvivere. «Io a 11
anni tornavo in comunità col primo tatuaggio», ha ricordato Brian. «A 15
anni avevo già un definitivo di dieci anni», ha aggiunto Savino. Dilan,
arrivato in Italia dopo aver attraversato mezza Europa da solo, ha spiegato: «Ho
iniziato a drogarmi, a rubare, a fregarmene di tutto».
Sono
parole che hanno colpito i ragazzi presenti, perché non raccontano solo
devianza, ma soprattutto ferite. Ferite che, come ha sottolineato Don Claudio,
spesso precedono il reato: «Un reato è la punta dell’iceberg. Sotto ci sono
abbandono, solitudine, identità fragili».
I
giovani hanno descritto senza retorica la vita dietro le sbarre:
sovraffollamento, violenza, isolamento, regole non scritte. «A Napoli
eravamo in dieci in una cella con le brande a tre piani», ha raccontato
Savino. «In isolamento parlavo con il muro per non impazzire». Eppure,
paradossalmente, proprio il carcere ha rappresentato per alcuni l’inizio di una
presa di coscienza: «Mi ha fatto dare valore alle cose», ha detto Brian.
Kairos: il tempo favorevole per cambiare
Il nome dato alla comunità fondata da Don Claudio, 26
anni fa, contiene già una visione educativa: “Kairos” che nella cultura
greca, indica il tempo opportuno, il momento decisivo in cui qualcosa può
trasformarsi.
L’Associazione Kairos non è semplicemente un
luogo alternativo al carcere. È un contesto relazionale che permette di
sperimentare ciò che è mancato: regole chiare, adulti affidabili,
responsabilità condivise, possibilità concrete. Non è un ambiente protetto nel senso
ingenuo del termine: è un laboratorio di realtà, dove si impara a stare nel
mondo senza esserne travolti.
Uno spazio dove il cambiamento non viene imposto con
la forza. «I cancelli sono aperti», spiega Don Claudio. «Non posso
obbligare nessuno a cambiare: devono scegliere loro». In una società spesso
ossessionata dal controllo, questa idea appare rivoluzionaria. Per ragazzi cresciuti nella sfiducia
assoluta, trovare adulti credibili rappresenta il primo vero passo verso la
rinascita. Dilan lo dice con semplicità disarmante: «Ho trovato una
famiglia». Questa frase contiene forse il centro dell’intero incontro:
nessun percorso educativo è possibile senza legami umani autentici. Non basta
togliere un ragazzo dalla strada per risolvere la questione; bisogna offrirgli
un luogo in cui sentirsi riconosciuto come persona.
La parola che ricorre nelle loro voci è “famiglia”, ma
non in senso sentimentale. È la famiglia come struttura, come rete, come
presenza che non si ritira al primo errore. Uno dei passaggi più lucidi
dell’incontro riguarda il tema dell’appartenenza. L’adolescenza è il tempo in
cui si cerca un gruppo, un riconoscimento, un posto nel mondo. Forse quando la famiglia non offre questo spazio, la
strada lo offre immediatamente: è
un’appartenenza che seduce perché colma un vuoto, ma che purtroppo imprigiona
in qualcosa di più grande. Il lavoro
educativo — in carcere, in comunità, nella scuola — consiste proprio nel
ricostruire appartenenze sane, non nel negare il bisogno di appartenere.
La giustizia riparativa: attraversare il male senza
negarlo
La
presenza in sala dell’ex direttrice del Beccaria, ha aggiunto uno sguardo
istituzionale e competente: «L’adolescenza non è l’età adulta. La devianza
ha sempre una radice sociale. E non c’è solo il carcere come risposta». Ha
richiamato l’articolo 27 della Costituzione e la necessità di percorsi
alternativi, educativi e riparativi. L’adolescente non è un adulto
incompleto: è una persona in formazione. Per questo il sistema penale minorile si
interroga non solo su “quanto punire”, ma soprattutto su “come ricostruire”.
Il
cuore dell’incontro è stato proprio questo: la giustizia come cura, non come
vendetta. Don Claudio ha raccontato episodi di riconciliazione sorprendenti,
come la lettera di perdono di una madre al ragazzo che aveva ucciso suo figlio:
«Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro». Parole che
hanno cambiato entrambi.
La
giustizia riparativa, ha spiegato, non cancella il male, ma lo attraversa:
mette in dialogo autore e vittima aprendo spiragli di futuro. Una giustizia che non nega il
male commesso, ma prova a trasformarlo in occasione di consapevolezza e
responsabilità. Non è indulgenza. Non è cancellazione della colpa. È il
tentativo di impedire che il dolore generi soltanto altro dolore.
In
questo senso, la pena smette di essere soltanto esclusione e diventa percorso
di ricostruzione personale e sociale.
Il
futuro: tra paura e desiderio con il peso delle etichette
Quando
gli studenti hanno chiesto ai tre giovani come vedono il domani, le risposte
sono state sincere e mature. «Fa paura il futuro, perché sono etichettato»,
ha detto Savino. «Io lo vedo con gli animali: lavoro in un canile e
lì sto bene», ha raccontato Brian. Dilan ha parlato della sua solitudine di
straniero non accompagnato: «Se esco dalla comunità sono solo io e io».
Sono
parole che fanno emergere una questione spesso ignorata: la società chiede ai
giovani detenuti di cambiare, ma non sempre è pronta ad accoglierli davvero
quando provano a farlo. Il rischio è che il marchio dell’errore diventi
definitivo.
L’intervento finale dell’arcivescovo Alberto Torriani
ha offerto una sintesi significativa e una chiave preziosa: «Il futuro si guarda
coltivando il desiderio, con concretezza e accanto a qualcuno che ti vuole
bene».
Un incontro che interroga gli adulti
L’incontro offerto dall’Arcivescovo Alberto Torriani
alla diocesi di Crotone-S. Severina non è stato soltanto una testimonianza
sulla criminalità minorile. È stato soprattutto uno specchio rivolto agli
adulti, alle istituzioni, alla scuola, alla società intera. Ha mostrato che la devianza giovanile
non si combatte con slogan o semplificazioni, ma con ascolto, responsabilità,
comunità, giustizia che ripara. Ha ricordato che ogni ragazzo — anche quello
che ha sbagliato — resta una persona in cammino, capace di cambiare.
Ha
ricordato agli adulti una verità semplice e impegnativa: il reato non è mai un
punto di partenza, ma un punto di arrivo. È l’esplosione finale di una serie di
fratture accumulate nel tempo — affettive, familiari, sociali — che precedono
di anni l’atto che letto o ascoltato dalla cronaca. Le storie ascoltate non
consegnano elementi che giustificano, solo spiegano. E soprattutto
restituiscono complessità a ciò che spesso viene ridotto a etichetta, dietro la
quale ci sono volti che hanno imparato troppo presto a sopravvivere e troppo
tardi a fidarsi.
Molti dei ragazzi hanno parlato della rabbia come di
una presenza costante. Si potrebbe definire non un tratto caratteriale, ma una
risposta alla mancanza: mancanza di cura e di stabilità. Quando l’infanzia non offre strumenti
per nominare il dolore, la rabbia diventa l’unico linguaggio possibile. E il
reato, spesso, è la sua grammatica più immediata. Eppure, in alcuni casi, proprio il
carcere diventa il luogo in cui emerge una prima consapevolezza: la percezione
di aver toccato un limite, di aver rischiato di perdere tutto.
Eppure, dentro questa durezza, emerge anche un paradosso: per alcuni il carcere
rappresenta il primo momento di arresto del caosinteriore.
Brian afferma che proprio lì ha iniziato a «dare
valore alle cose». È una riflessione importante, perché mostra come il
problema non sia soltanto la pena, ma imparare a dare il significato all’azione.
Le parole dei ragazzi sul futuro sono state forse il
momento più rivelatore. Nessuno ha parlato di certezze. Hanno parlato di paura,
di possibilità, di tentativi. Il cambiamento non
è un evento, ma un processo. E come ogni processo umano è esposto a ricadute,
esitazioni, ripartenze.
Ciò che emerge, però, è un dato antropologico
essenziale: le persone cambiano quando qualcuno crede che possano farlo. Nessun percorso di crescita è possibile
senza uno sguardo che apre possibilità. Soprattutto,
ha ricordato una verità spesso dimenticata:
Ogni ragazzo
resta più grande del suo errore.
Dietro un reato può esserci una storia spezzata;
dietro una possibilità educativa può nascere una persona nuova. Ed è forse
questa la forma più alta di giustizia: non limitarsi a punire ciò che qualcuno
è stato, ma credere in ciò che può ancora diventare.