da Redazione - 03/04/2026 07:04
“QUANTI LI
VEDRANNO”: UNA CHIESA CHIAMATA A ESSERE SEGNO VIVO DI COMUNIONE.
Nella
solenne celebrazione della Messa del Crisma del Giovedì Santo, celebrata nella
Chiesa dell’Immacolata a Crotone, il Vescovo Alberto Torriani ha consegnato
alla comunità diocesana una riflessione intensa, profonda e diretta, capace di
toccare il cuore dei presbiteri, diaconi e dell’intero popolo di Dio. Una
riflessione che non si limita a commentare il rito, ma lo attraversa, lo
interpreta e lo rilancia come chiamata rinnovata,
capace di toccare il cuore del ministero ordinato. Le sue
parole hanno riportato ciascuno al centro della propria vocazione, là dove
tutto è iniziato e dove tutto continua a rinnovarsi.
Mons.
Alberto ha aperto il suo intervento partendo dal momento più silenzioso della
celebrazione: il rinnovo delle promesse sacerdotali, descritto non come un
gesto formale, ma come una scelta viva e sempre attuale. Un gesto che, pur
senza clamore, «non ci riporta indietro, ma ci riporta dentro»,
nel luogo in cui ciascuno ha incontrato Cristo. La vocazione, infatti, non è un
possesso, ma una relazione da custodire; per questo il Vescovo richiama con
forza la necessità di rimanere uniti a Cristo, evitando il rischio di
ridurre il ministero a funzione o abitudine. Il
Vescovo ha ricordato che la domanda posta nel rito - «Volete rinnovare le
promesse…?» - è un ritorno alla sorgente; riporta dentro quel sì che non
appartiene al passato ma chiede di essere pronunciato ancora oggi. Il
ministero, infatti, non si custodisce per inerzia: si custodisce
scegliendo Cristo ogni giorno, non per dovere ma per amore.
Una delle sottolineature più forti è stata la distinzione tra il “fare” e
lo “stare”: «È più facile fare qualcosa per il Signore che restare con il Signore». Il rischio di costruire “esistenze parallele”,
piene di attività ma povere di intimità con Cristo, è reale. Per questo
il Vescovo ha invitato a custodire la libertà interiore, a riconoscere le
abitudini che anestetizzano, a non lasciare che la stanchezza spenga il fuoco
del ministero. Il presule ha così indicato il cuore del ministero nella relazione
con il Signore: «Unirsi a Cristo! Non lavorare per Lui, non parlare di Lui,
ma stare con Lui». Una prospettiva che fa emergere il pericolo di una vita
ministeriale attiva ma interiormente svuotata, segnata da quella “stanchezza
sottile” che non spegne le attività, ma indebolisce il fuoco della fede. Da
qui l’invito a rinnovare ogni giorno la scelta di Cristo: «tornare a
scegliere Cristo non perché dobbiamo, ma perché lo amiamo». Non occorre cercare
dei surrogati, rifugiarsi nelle occupazioni, nei ruoli da assumere, dentro e
fuori la Chiesa. Si moltiplicano gli impegni, ci si può identificare con ciò
che si fa ma si riempiono le giornate di tutto tranne che di Vangelo.
Quando la liturgia chiede: «Volete essere fedeli dispensatori dei
misteri di Dio…?», lo sguardo si allarga al popolo di Dio. Un popolo
concreto, fatto di attese e ferite, che non cerca organizzatori ma
accompagnatori, uomini capaci di rendere abitabile la fatica e di
trasformare il Vangelo in vita. Il Vescovo ha ricordato che il ministero non si esaurisce nei
riti, ma si compie nella concretezza della vita: «Il Vangelo smette di
essere un testo e diventa una vita che si lascia incontrare». Essere
dispensatori dei misteri non significa solo celebrare, ma accompagnare verso
Cristo: «Accade ogni volta che una parola apre uno spiraglio di luce, ogni
volta che una presenza rende abitabile una fatica».
Non siamo chiamati a ristrutturare la Chiesa, ma ad ascoltare ciò che lo
Spirito sta suggerendo. Una Chiesa sinodale non è solo una Chiesa “organizzata
diversamente”, ma una comunità che educa alla fede pensata e al Vangelo vissuto
nella sua radicalità. Il tempo attuale è interpretato come un tempo
che chiede ascolto più che semplici riorganizzazioni. In questo contesto prende
forma l’appello a una Chiesa autenticamente sinodale, capace camminare
insieme nel discernimento, nell’educare a comprendere la complessità del
tempo e nel custodire il Vangelo. Il Vescovo Alberto invita, così, a non vivere
il ministero come gestione, ma come cammino condiviso verso Cristo.
Centrale
è anche il richiamo all’equilibrio tra intelligenza della fede e radicalità
evangelica: «Se la fede non è pensata, si indebolisce. Ma se il Vangelo non
è vissuto nella sua radicalità, si svuota», sottolineando con chiarezza e
coraggio come la cura della spiritualità, della formazione e dell’umanità
personale non siano elementi accessori, ma condizioni essenziali del
ministero: «La prima cura che
dobbiamo al popolo che ci è affidato è la cura della nostra spiritualità come
l’intelligenza della nostra fede, la custodia della nostra umanità, la cura del
nostro corpo».
Con
franchezza, il Vescovo ha richiamato anche l’importanza della lettera pastorale
consegnato come strumento per superare quelle forme di Chiese ormai diventate
“false sicurezze”. Forme che non parlano più di Vangelo ad una società che
cerca senso e non “formule ripetitive e linguaggi non condivisi”. Ricorda che
essa «Non è un testo da pubblicare e poi archiviare, non è un’abitudine da
reiterare ma è uno strumento di comunione». E ha rivolto una domanda
diretta al presbiterio: «Come è possibile che, a volte, siamo proprio noi i
primi a non prenderla sul serio?». Chiede, quindi, di leggerla, meditarla, farne criterio di ministero per
offrire una direzione condivisa. Il popolo non merita una Chiesa che “parla
una lingua e ne vive un’altra”, non si merita “pastori senza un orizzonte
condiviso”
Riprendendo il
messaggio consegnato per la festa di S. Giovanni Bosco, risuona forte
e concreto anche l’appello rivolto ai giovani, riconosciuti come una priorità in
un tempo segnato da una vera emergenza educativa: «I giovani non chiedono
risposte facili, ma adulti credibili». Una provocazione che invita a
verificare la qualità della propria testimonianza al fine di essere “presenze
capaci di generare fiducia e desiderio”. Il presule ha inoltre ricordato che la
cultura è il luogo in cui il Vangelo prende carne nella storia: «La
cultura non è un accessorio: è il continuo esercizio del discernimento».
L’emergenza educativa, la sete di senso, la necessità di
una presenza culturale credibile: sono sfide che non si affrontano con slogan,
ma con adulti credibili, capaci di generare fiducia.
Non
manca un richiamo alla necessità di distinguere tra autentica pietà popolare e
forme di religiosità superficiale, ricordando che «la pietà popolare è un
tesoro quando genera cammino e conversione». Il cuore del messaggio si
raccoglie nella domanda, ispirata alla profezia di Isaia: «Che cosa vedono gli
altri quando guardano noi?», perché è dalla visibilità concreta di una vita
segnata da gioia, fraternità e libertà che nascono anche nuove vocazioni.
Particolarmente
significativa è l’immagine della cattedrale “in cantiere”, segno di una
Chiesa mai compiuta, ma sempre in costruzione. Come gli archi che tengono
insieme le tensioni, le volte che custodiscono lo spazio della vita, le colonne
che sostengono e orientano e il sagrato che si apre all’incontro, così la
comunità cristiana è chiamata a essere luogo di relazioni vive e accoglienti: «la
vera cattedrale non è fatta di pietre, ma di relazioni che tengono». Archi,
volte, colonne e sagrato diventano così immagini della vita ecclesiale:
tensioni che si sostengono, spazi che custodiscono, presenze che orientano,
soglie che accolgono. L’invito finale è a non restare spettatori, ma a
diventare costruttori di comunione, consapevoli che ogni vocazione e ogni
ministero sono dono per l’edificazione di tutti.
In
questa dimensione di comunione ed edificazione, il presule ricorda ai diaconi
permanenti che il loro ministero è memoria viva di tutto questo: «Il Vangelo si annuncia servendo,
la Parola si fa credibile nella verità, che la carità è forma della Chiesa che
avete scelto – insieme alle vostre famiglie - di costruire.»
Un ministero che rende credibile la Parola attraverso la
vita. La Chiesa è un cantiere che chiama tutti ad essere costruttori di
comunione
L’omelia si conclude con
l’immagine suggestiva degli oli santi, che illumina il senso della
celebrazione: «l’olio entra nelle ferite, scende in profondità, non resta in
superficie. Così è la grazia di Dio, non elimina la nostra fragilità. La
attraversa, la abita, la trasforma». Per questo non viene chiesta la
perfezione, ma l’autenticità: «Chiediamo di essere uomini e donne
attraversati dalla grazia», affinché il popolo di Dio possa riconoscere,
nella vita dei suoi pastori e consacrati, la traccia concreta di una
benedizione che continua a operare nella storia.