da Redazione - 08/02/2026 21:02
L'EMERGENZA
SILENZIOSA: PERCHÉ "TORNARE A EDUCARE" È L'UNICA VIA D'USCITA
Riceviamo
e pubblichiamo una riflessione di don Francesco Antonio Spadola direttore dell’ufficio cultura. La riflessione è al seguito della lettera "Non rinunciare ai
giovani"
del
Vescovo Alberto alla Chiesa diocesana.
Non passa giorno senza che la cronaca ci restituisca l'immagine di
una gioventù smarrita: ansia da prestazione, isolamento digitale, episodi di
violenza gratuita o una rassegnata apatia. Spesso ci limitiamo a diagnosticare
il disagio giovanile come un fenomeno inevitabile, cercando soluzioni
nell'intrattenimento o, peggio, nella sola farmacologia.
Ma la verità è più scomoda: il disagio dei ragazzi è, in larga
parte, lo specchio di un vuoto educativo lasciato dagli adulti. Arginare questa
deriva non richiede nuovi algoritmi, ma il coraggio di tornare a fare una cosa
antica e rivoluzionaria: educare.
1. Dall'Istruzione all'Educazione
C'è una differenza sostanziale tra trasmettere nozioni e formare
una persona. Negli ultimi decenni abbiamo puntato tutto sulle competenze,
trasformando la scuola e la famiglia in agenzie di servizi. Abbiamo dimenticato
che educare deriva da e-ducere, "trarre fuori".
• Il limite come valore: Abbiamo tolto ai giovani ogni ostacolo,
convinti che la felicità fosse assenza di sforzo. Educare significa invece
insegnare che il "no" e il limite sono i perimetri necessari per
costruire l'identità.
• La gestione del fallimento: In una società che premia solo la
performance, il fallimento è vissuto come una catastrofe. Educare significa
dare il diritto di sbagliare, trasformando l'errore in una tappa del percorso,
non nel suo capolinea.
2. Il Coraggio della Testimonianza
I giovani non cercano influencer, cercano testimoni. Il disagio nasce
spesso dalla percezione di un mondo adulto incoerente o, peggio, assente anche
quando è fisicamente presente (schermato da uno smartphone).
“Non si educa con le prediche, ma con ciò che si è”.
Tornare a educare significa che gli adulti – genitori, insegnanti,
allenatori – devono riappropriarsi del proprio ruolo di guida autorevole.
L'autorevolezza non si impone con il grido, ma si guadagna con la coerenza e la
capacità di ascolto attivo.
3. Ricostruire il Senso di Comunità
Il disagio è figlio della solitudine. I social network offrono una
connessione costante che paradossalmente alimenta l'isolamento emotivo.
Per arginare questo fenomeno, è essenziale:
• Riabitare gli spazi fisici: Oratori, centri sportivi e
biblioteche devono tornare a essere centri di aggregazione dove il confronto è
reale e non mediato da un filtro.
• Educare all'empatia: Insegnare a guardare l'altro non come un
competitor o un avatar, ma come un essere umano con cui condividere un pezzo di
strada.
Tornare a educare non è un nostalgico sguardo al passato, ma
l'unico investimento sensato sul presente. Significa smettere di
"gestire" i giovani come un problema di ordine pubblico o una fascia
di mercato, e ricominciare a guardarli come il potenziale più prezioso che abbiamo.
Il disagio non si argina con i muri, ma con i ponti educativi. È
tempo che gli adulti tornino a fare il loro mestiere: offrire una direzione,
restando però pronti a farsi superare da chi hanno guidato.