Dentro il Vangelo: nel grembiule e accanto al catino


Nell’omelia per l’ordinazione diaconale di don Matteo Scalera, la lettura del Vangelo di Marco ci ha offerto una provocazione che attraversa la vita di ogni ministro: di fronte a Gesù, “i suoi” arrivano a dire che «è fuori di sé». Una frase che, come ha ricordato il vescovo Alberto Torriani, diventa specchio quando il ministero non coincide più con le attese o quando il servizio non restituisce riconoscimento.

Il celebrante ha indicato, con chiarezza, il rischio di una de-figurazione del ministero: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). Punto decisivo delministero quando si deforma è il “noi” che prende il posto del “Lui”; quando ciò che nasce per servire diventa uno spazio di affermazione personale.

L’icona scelta da don Matteo – la lavanda dei piedi – è stata presentata come una provocazione permanente: «Il grembiule non è un ornamento nobile. È un segno che sporca»«Il catino non è un trono, è un oggetto che si riempie dell’acqua usata dagli altri». Non si parla quindi di prestigio e piedistallo, ma di abbassarsi per l’altro.

Richiamando san Paolo, il vescovo ha ricordato che «portiamo questo tesoro in vasi di creta»: la fragilità non è un incidente, ma il linguaggio stesso del ministero, ciò che impedisce al servo di sostituirsi al Signore. E ha denunciatoanche una forma sottile di deformazione che attraverso il presbiterio: il mormorio, l’invidia, il giudizio che «non costruisce comunione ma la consuma».

Rivolgendosi direttamente a don Matteo, il vescovo ha detto parole che hanno segnato il cuore dell’assemblea: «La Chiesa ti chiama non perché tu sia “a posto”, ma perché tu sia disponibile a essere spostato e ancora - il diaconato non ti mette al centro, ti colloca ai piedi. Allora non sarai fuori di te ma dentro il Vangelo».

Le mani imposte e la preghiera del vescovo sono state interpretate, non come un’investitura ma come una custodia: non rendono intoccabili, ma disponibili; non danno potere, ma consegnano una vita. «Dove il ministero smette di essere custodito dalla preghiera, prima o poi si deforma», ha ricordato il celebrante.

In conclusioneil vescovo Alberto ha consegnato un invito semplice e radicale a don Matteo: «Se resterai nel grembiule, accanto al catino, dentro una vita donata, la tua esistenza diventerà una parola vocazionale. E qualcuno, vedendoti, potrà intuire che vale ancora la pena dare tutto per il Vangelo».