da Redazione - 20/01/2026 21:01
Si è svolto il 18 gennaio 2026, presso l’Oasi Bartolomea di Lamezia Terme, l’incontro delle équipe diocesane di Pastorale Giovanile delle Chiese di Calabria. La celebrazione eucaristica e la meditazione offerta da Mons. Alberto Torriani, ha guidato i presenti attraverso una lettura profonda dei testi della II Domenica del Tempo Ordinario consegnando l’occasione per una riflessione profonda sulla missione ecclesiale.
Richiamando l’incipit della Prima Lettera ai Corinzi, il Vescovo ha ricordato come Paolo non parta dai problemi della comunità, ma dalla propria chiamata e dall’appartenenza alla Chiesa. L’omelia ha sottolineato che «la missione cristiana non nasce da un progetto personale, ma da una vocazione ricevuta; non si vive in solitudine, ma dentro un popolo», ricordando che «la comunione non è un accessorio: è la forma stessa della missione».
Un richiamo prezioso per chi opera nella Pastorale Giovanile: non si agisce come battitori liberi, ma come parte di una comunione più grande, che abbraccia tutte le Chiese della Calabria. Un messaggio particolarmente significativo per le équipe di Pastorale Giovanile, chiamate a vivere il proprio servizio non come iniziativa individuale ma come appartenenza ecclesiale: «Siamo qui non perché abbiamo deciso di fare qualcosa da soli, ma perché siamo stati chiamati».
Il Vangelo di Giovanni ha poi condotto l’assemblea sulle rive del Giordano, davanti al gesto di Giovanni Battista che indica Gesù: «Giovanni non trattiene, non occupa la scena, non costruisce consenso attorno a sé. Indica. Sposta lo sguardo». In questo gesto si delinea il cuore dell’accompagnamento dei giovani e la figura del Battista diventa il modello degli operatori pastorali: «Il nostro compito non è mettere noi stessi al centro, ma orientare. Non creare dipendenze, ma aprire strade». Accompagnare i giovani ad incontrare il Signore trovando le tracce e i luoghi dove passa; aiutarli a riconoscere i segni della presenza del Signore nella loro vita.
Particolarmente intensa la riflessione sulla parola del Battista: «Io non lo conoscevo». Una confessione che diventa chiave pastorale, che libera da ogni presunzione di sapere già come Dio agirà. «La missione non è un possesso, ma un ascolto continuo». Anche l’esperienza educativa con i giovani è spesso segnata da domande nuove e linguaggi inediti, che chiedono discernimento più che risposte immediate: «Non capire tutto non è un limite da nascondere: può diventare il luogo dove Dio ci educa».
Il criterio decisivo resta l’azione dello Spirito. «Non il successo, né il consenso, né l’efficienza immediata. È lo Spirito che scende e rimane». Da qui l’invito a una Pastorale Giovanile capace di custodire processi e tempi, perché «non ciò che appare, ma ciò che resta» è ciò che genera vita. È un criterio che interpella profondamente la Pastorale Giovanile: non ciò che “funziona” subito, ma ciò che resta; non solo eventi che riempiono, ma percorsi che continuano a parlare quando le luci si spengono. È l’arte della pazienza, dell’accompagnamento rispettoso dei tempi dei giovani.
Tra la chiamata di Paolo e il gesto di Giovanni Battista – ha concluso Mons. Alberto - si è così delineato il compito affidato oggi alla Chiesa: «vivere la missione come dono ricevuto, dentro una comunione più grande, e imparare a indicare con umiltà il Signore che viene».